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Stati Generali ed economia italiana

Intervista sull’attualità delle scelte in campo economico con il think tank “Tortuga”, formato da giovani studenti, ricercatori e professionisti che hanno pubblicato un testo di proposte pubblicato dalla casa editrice dell’Università Bocconi di Milano
Stati generali Roberto Monaldo / LaPresse

Nell’Italia che invecchia fa sempre notizia l’attivismo che arriva dai giovani. Il caso di Tortuga è significativo perché si propone in maniera autorevole come un pensatoio del mondo dell’economia e delle scienze sociali che esprime un sito molto innovativo e una presenza capillare su social (Facebook, Twitter, Instagram e Linkedin).

Una presenza che ha la pretesa di incidere nella cultura di un Paese che si trova ad affrontare scelte decisive in campo economico e si scopre senza grandi conoscenze diffuse in merito. Il  think-tank, nato nel 2015, è composto da studenti, ricercatori e professionisti. Attualmente conta 56 membri, sparsi tra Europa e il resto del mondo e ha crediti in certi ambienti significativi tanto che il loro libro ” Ci pensiamo noi: Dieci propose per far spazio ai giovani in Italia” è stato pubblicato nel 2020 dall’editrice dell’Università Bocconi di Milano.

Per conoscere meglio il loro pensiero abbiamo rivolto loro alcune domande. Nel merito hanno poi risposto, per Tortuga, Francesco Armillei ed Elia Bidut.

Con riferimento al piano Colao per il rilancio dell’economia, l’astensione dell’economista Mariana  Mazzucato fa emergere un diverso orientamento dell’intervento pubblico necessario in questa crisi straordinaria. Può esistere a vostro parere una politica industriale che non sia dettata solo da incentivi alle imprese ma ad un ritorno dello Stato imprenditore?
Dipende cosa intendiamo con Stato imprenditore. Se intendiamo uno Stato che possiede le aziende, sceglie cosa produrre, quanto produrre e a che prezzo vendere, dal nostro punto di vista la risposta è no. Una simile impostazione dell’economia rischierebbe di creare meccanismi farraginosi e diminuire la ricchezza e il benessere dei cittadini. Già oggi, tra l’altro, l’intermediazione pubblica delle risorse economiche è molta alta in Italia. Se per Stato imprenditore intendiamo invece uno stato che scommette e investe di più sull’innovazione e sullo sviluppo tecnologico, che sono il cuore della crescita di questa fase storica, allora certamente la proposta si fa più interessante. Il nostro Paese, rispetto ai noi nostri vicini, spende troppo poco in ricerca (sia lato pubblico che lato privato): se questa fosse l’occasione per sanare un simile gap sarebbe una cosa buona.

Cosa pensate della questione del ricorso al Mes?
Il Mes è uno strumento potenzialmente utile: si tratta di una forma per ottenere soldi in prestito a basso costo. Ricordiamolo: già in questo momento il nostro Paese sta prendendo in prestito sul mercato decine di miliardi di euro. E questo è normale: nei periodi di crisi lo stato si indebita per poi restituire i soldi nei periodi di crescita. Ovviamente ogni prestito viene con degli interessi, che in futuro saranno un costo da dover ripagare. Ecco, il Mes presenta un costo relativamente basso, specialmente dopo che sono state ridotte le clausole di condizionalità, ovvero quegli impegni richiesti ai paesi che fanno richiesta di prestiti. Allo stesso tempo però ricorrere al Mes potrebbe rappresentare un segnale negativo, facendo capire che l’Italia ha bisogno di soldi. Questo problema può essere risolto però coordinandosi con gli altri stati e soprattutto ha un peso minore ora che l’Unione Europea ha varato il cosiddetto Recovery Fund.

Usando tali risorse finalizzate agli investimenti in sanità, come pensate che bisogna operare per rafforzare l’accesso universale alle cure stabilità nella legge del 1978 che ha istituto il Ssn?
Il Sistema Sanitario Nazionale ha retto all’urto del coronavirus, sebbene siano emersi molte delle criticità che si sono accumulate nel corso del tempo. Negli ultimi mesi, in collaborazione con la startup di data science BuildNn, abbiamo cercato di evidenziare alcune problematiche, proponendo delle soluzioni. Un problema rilevante riguarda il personale: in Italia mancano infermieri, che forniscono un supporto essenziale alle attività mediche. Sebbene oggi non si riscontri un grave deficit nel numero di medici, in Italia la quota di soggetti con più di 50 anni è tra le più alte d’Europa. Nel medio periodo, complici provvedimenti come Quota 100, vi sarà bisogno di un ingente ricambio. Per questo motivo è importante finanziare un numero maggiore di borse di studio di specializzazione, che aiuterebbe a riassorbire anche i circa 7.000 giovani medici che oggi si trovano privati della possibilità di continuare gli studi.

Gli Stati generali possono rivelarsi un metodo permanente di consultazione delle forze sociali oppure è meglio trovare altre forme di consultazione?
Gli Stati Generali sono una iniziativa che va considerata, a nostro modo di vedere, come extra-ordinaria. Una forma di consultazione atipica in un momento atipico per il Paese. Il governo ha voluto dare un messaggio di apertura e di dialogo a un grande numero di realtà presenti in Italia. Ciò, vista la situazione, era importante per poter procedere con quanta più unità possibile sulla strada delle riforme che ci attendono nei prossimi mesi. Ma questo dialogo, in tempi normali, ha già le sue sedi dove avere luogo: il parlamento, il Cnel (visto che non lo abbiamo abolito, facciamone buon uso), i partiti stessi. Creare in maniera estemporanea nuovi luoghi di confronto, paralleli alle istituzioni che già abbiamo, rischia di creare doppioni potenzialmente superflui, nel migliore dei casi, strumenti di consenso, nel peggiore.

 

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