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Italia, crisi economica e intervento pubblico questo è un titolo molto lungo su più righe

La crisi economica della pandemia ha aggravato una stagnazione che dura dal 1995. Il vero obiettivo è quello di raggiungere una crescita del Pil superiore al tasso di interesse che l’Italia deve pagare per il suo debito pubblico. Evitare l’errore di affidarsi ciecamente alla legge del mercato
Crisi economica Cecilia Fabiano/ LaPresse

Già prima dell’esplosione della crisi economica dovuta al contagio, le previsioni dell’andamento dell’economia italiana indicavano per il 2020 uno scenario di stagnazione o recessione.
È dunque su uno sfondo già debole che si stanno manifestando i pesanti contraccolpi economici dell’epidemia di coronavirus. Fare anticipazioni attendibili sulle dimensioni di questi effetti è difficile, dato che non si è ancora in grado di prevedere durata ed estensione del contagio, non solo per l’Italia ma per i paesi di cui è partner commerciale.

La stima Istat del Pil del primo trimestre ha fornito una prima quantificazione degli effetti della crisi: la caduta dell’attività economica rispetto al trimestre precedente è stata del 5,3%, mentre la variazione acquisita per l’intero 2020 è del -5,5%: se il livello di attività ridotta del primo trimestre si confermasse per il secondo, più intensamente colpito dal contagio e dalle misure di contenimento, e così pure per i due trimestri successivi, l’anno si chiuderebbe con una caduta del prodotto lordo del 5,5%.

Le dimensioni di una crisi economica mai vista 

Questa è però una proiezione ottimistica. Lo shock colpisce al tempo stesso, simmetricamente, l’offerta e la domanda di beni, servizi e lavoro. Le imprese hanno ridotto la produzione (nel primo trimestre e rispetto a quello precedente, -1,9% l’agricoltura, -8,6 l’industria, -5,8 le costruzioni, -4,4 i servizi, in particolare, -9,3 commercio, trasporto e alloggio) e quindi l’offerta di beni e la domanda di lavoro, anche se il Governo ha bloccato i licenziamenti e ampliato la possibilità di ricorrere alla cassa integrazione.

Le filiere produttive e le catene internazionali del valore si sono interrotte, frenando ulteriormente esportazioni (-8,0%) e importazioni (-6,2%) e posticipando gli investimenti (-8,1%).

La richiesta di accesso alla cassa integrazione è aumentata in misura eccezionale (per più di 8 milioni di dipendenti) e il lavoro, sottoutilizzato o lasciato senza impegno (la perdita di ore lavorate è del 7,5%), sta subendo una caduta di reddito (-6,0%) che si riflette sui consumi delle famiglie (-6,6%).

Le banche, che con il sostegno delle garanzie pubbliche dovrebbero aumentare e agevolare i crediti a imprese e famiglie, sono strette dal timore che i crediti diventino meno esigibili. E in condizioni molto difficili si trova la finanza pubblica, che da un lato deve ridurre e posticipare le entrate, mentre dall’altro deve aumentare consistentemente le uscite per alleviare le sofferenze della popolazione e far ripartire l’economia.

L’impatto economico complessivo dell’epidemia lascia dunque prevedere per il 2020 una perdita di prodotto tra l’8 (previsione del ministero dell’Economia) e il 12,8% (previsione del Fondo Monetario Internazionale), ben superiore a quella della crisi del 2008-2009 (-7,5% da picco a cavo).

Per il 2021 le istituzioni nazionali e internazionali avanzano previsioni su una possibile ripresa tra il 5 e il 7%, sensibile ma comunque insufficiente a riguadagnare il livello del 2019. Peraltro, si tratta di previsioni dal valore meramente indicativo, perché troppi sono ancora i margini di incertezza: la perdita di reddito potrebbe collocarsi tra i 140 e i 180 miliardi di euro che, in assenza di entrate straordinarie in corso d’anno, anche senza aumenti di spesa porterebbero il livello del debito ben oltre il 150% di un Pil falcidiato dalla crisi.

Fondi straordinari per finanziare la ripresa economica 

Queste cifre forniscono un’indicazione della dimensione dell’intervento pubblico necessario a ricostituire le filiere produttive e i livelli occupazionali e di consumo.

L’Europa sta predisponendo vari strumenti finanziari per affrontare la comune emergenza. I programmi già varati o in corso di definizione spaziano dal PEPP (Pandemic Emergency Purchase Programme) della Banca Centrale Europea, al rafforzamento della capacità di intervento della BEI (Banca Europea per gli Investimenti), fino al rifinanziamento del MES (Meccanismo Europeo di Stabilità), al varo del programma SURE (Support to mitigate Unemployment Risk in an Emergency) e infine alla proposta del programma Next Generation EU (Prossima Generazione Europea), che dovrebbe raccogliere fondi sul mercato attraverso titoli pubblici europei (eurobond), non nazionali (come in piccola parte già fa la BEI), e concedere ai Paesi Membri sia finanziamenti sia contributi a fondo perduto per sostenere la ripresa post-covid secondo linee di intervento definite a livello comunitario.

Ora, in questo quadro vario e complesso (e in parte ancora indefinito) una cosa è chiara. Per l’Italia, gravata da un livello di debito pubblico elevato, si dà oggi la possibilità di giovarsi di una notevole quantità di fondi per finanziare la ripresa e la doppia transizione, ecologica e tecnologica; ma questi fondi saranno in misura largamente prevalente ancora prestiti. Certo concessi a condizioni migliori di quelle che il Tesoro riuscirebbe a spuntare sul mercato nonostante gli ingenti acquisti della BCE; ma comunque prestiti, che andranno ripagati o, meglio, di cui il Paese dovrà dimostrare di essere in grado di abbattere costantemente l’incidenza sul reddito.

Il problema si riduce infatti al raggiungimento di un semplice ma ineludibile obiettivo: la crescita nominale del Pil, dev’essere ogni anno superiore al tasso di interesse medio del debito pubblico. In caso contrario il debito italiano, che con la crisi economica e l’accensione di questi prestiti è destinato a superare il 150% del Pil, sarà giudicato troppo rischioso o addirittura insostenibile dai mercati. E il giudizio si rifletterà inevitabilmente sulla possibilità di continuare a rinnovarlo a condizioni accettabili.

Uscire dalla stagnazione secolare

Purtroppo, però, questo semplice obiettivo in realtà non è affatto semplice, perché dal 1995 la nostra economia è gravata da quella che possiamo chiamare la “legge del meno uno”: la condizione di “stagnazione secolare”, che la tiene inchiodata a realizzare ogni anno aumenti del PIL inferiori di un punto percentuale rispetto alla già modesta media dell’Eurozona, e regolarmente inferiori ai tassi di interesse pagati sul debito pubblico, nonostante i sistematici avanzi primari del bilancio.

La vera questione che si pone in modo ultimativo ai responsabili della politica economica non è, dunque, se accedere o no ai prestiti europei, ma come usarli solo e soltanto per sconfiggere “la legge del meno uno”, facendo in modo che ogni anno il tasso di crescita del Pil sia superiore al tasso di interesse che l’Italia sarà chiamata a pagare, non solo per i debiti contratti con l’Europa ma per la parte restante, che è la più rilevante e sensibile agli umori dei mercati. Nel caso in cui il Paese non riuscisse in questa impresa collettiva, i prestiti concessi dall’Europa si rivelerebbero un (inevitabile) cappio al collo.

Purtroppo il Paese è in affanno, sul piano politico ma anche culturale. Le classi dirigenti di vario orientamento emerse dopo il tracollo di Tangentopoli, che tanto hanno tardato ad ammetterne l’esistenza, non sembrano ancora in grado di offrire una narrazione attendibile della legge del meno uno e, quindi, di trovare l’accordo su di una ricetta plausibile per il futuro dell’economia che ne assicuri il superamento.

Ma una cosa è certa, l’affidamento cieco al mercato, all’impresa, all’iniziativa privata, all’individualismo non funziona. Il Paese ha bisogno di solidi programmi pluriennali che mirino all’interesse collettivo, di politiche industriali capaci di realizzare la doppia transizione, ecologica e tecnologica, di investimenti pubblici infrastrutturali e nel capitale cognitivo del lavoro. Seppure oggi quel modello vada indubbiamente ripensato e ammodernato, non c’è alcun dubbio che l’Italia ha oggi bisogno di riprendere il cammino di una solida economia mista.

Per approfondire il dibattito sulla crisi economica vedi il Focus di Città Nuova

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